Francesco Cardaioli: la forza del singolo

Tra i mali che affliggono un canottiere amatoriale, i più delicati sono i problemi di coppia. Non parlo di gestione dei rapporti con l’altro sesso, bensì della difficoltà di trovare compagni di barca affidabili. Così, molto spesso, l’unica compagnia di cui ho potuto disporre è stata la mia.

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Nonostante sia un grande maestro, il canottaggio non è ancora riuscito a insegnarmi come stare da solo. Purtroppo, è una lezione difficile da digerire, perché sarà anche una misura del proprio valore, ma in questo sport la solitudine non è uno stato. E’ un continente. Così, mi sono rivolto a Francesco Cardaioli.

La forza del singolo

Nessuno meglio del più forte singolista della Nazionale può aiutarmi a capire se nel canottaggio la solitudine sia una tremenda condanna o una meravigliosa conquista. Perché in questo sport, la vera battaglia la combatte chi si allena da solo. Chi ha deciso che per migliorarsi non ha bisogno di altra compagnia se non quella dei propri demoni. E solo chi si allena in solitudine li conosce veramente.

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Francesco Cardaioli: «Più che una scelta, il singolo è stato quasi un obbligo. Ho cominciato a gareggiare da solo a partire dal secondo anno ragazzi e non mi sono più fermato. La prima avventura internazionale in singolo è stata nel 2013. All’inizio del quadriennio doveva essere la barca per fare esperienza in campo senior. Poi, un po’ alla volta, è diventata la mia barca. Tuttavia, non posso dire di essere pienamente soddisfatto di questa cosa. Si sa quanto sia difficile questa specialità a livello internazionale. Quanto sia povera di soddisfazioni e di risultati di rilievo, tranne per quei cinque mostri sacri a livello mondiale».

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«Per un ragazzo come me, che studia medicina e fa del canottaggio una semplice passione, allenarsi e passare 265 giorni all’anno in raduno e fare altri sacrifici per poi sapere che si punta a un 10° (quando va bene 9°) posto a livello mondiale non è semplice. Spesso, ho dei momenti in cui mi chiedo se sia la strada giusta. Poi, fortunatamente, quando riesco ad avere buoni piazzamenti a livello nazionale, come nell’ultimo Memorial D’Aloja, penso che dopotutto sto facendo esperienza. Mi sto preparando sulla barca più “allenante” di tutte e sto migliorando molto nella gestione mentale e nell’approccio alla gara».

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«Il bello del singolo è che sei tu e la barca. E basta. Non esistono vie di mezzo. In allenamento come in gara. Non ci sono compagni di barca più o meno in forma, divisione di meriti e di colpe. Se vinci, vinci tu. Se perdi, perdi tu. Ed è la cosa più affascinante di questa specialità. E’ quello che, nonostante tutto, te la fa amare. Anche se non potrai mai essere fra i primi sei al mondo, potrai sempre cercare di migliorare te stesso e di battere un avversario in più. E se ci riuscirai, sarà merito tuo e di nessun altro».

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«Anche la solitudine è diventata una cosa positiva. All’inizio sembra fastidiosa: affrontare le gare da solo, gli allenamenti senza mai nessuno che ti rivolga una parola. Adesso, invece, sono come una vecchia zitella che ha i suoi ritmi, le sue abitudini. Sono quasi infastidito quando devo adattarmi a quelli di qualcun altro. In più, impari che l’unica persona di cui ti puoi fidare sei tu. L’unica che non ha segreti e conosci fino in fondo. Poi, stando in raduno tre settimane al mese, condividendo colazioni, pranzi, cene, camere da letto, bagni, docce, viaggi, riunioni e allenamenti, stare da soli tre ore al giorno fa solo piacere».

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Lo ringrazio, chiedendogli se ha già scelto la specializzazione. Risponde Cardiologia. Dovevo immaginarlo. D’altronde, il singolista è da sempre la figura più romantica di tutto il nostro sport. E un atleta con la sensibilità e la forza d’animo di Francesco Cardaioli non può che scegliere di occuparsi della cosa che anche grazie al canottaggio ha imparato a conoscere meglio di tutti gli altri. Il cuore.

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