Io, il canottaggio, Gigi Ganino e la cazzimma

Una delle cose che Gigi Ganino mi ha insegnato sul canottaggio è che in questo sport si muore due volte. La prima, quando sali per la prima volta sul remoergometro. La seconda, qualche minuto dopo, appena smetti di respirare. Ma è qui che si vede la differenza tra uomini, ominicchi e quaquaraquà.

Remoergometro-(2)

Pur se incompleta, la citazione è importante. E non è la prima volta che per insegnare l’arte del remo, Gigi scomoda i grandi della letteratura. Questa volta è toccato a Sciascia e al suo romanzo Il giorno della civetta. Il contesto è meno aulico, ma di grande impatto: un allenamento fianco a fianco.

Ganino, la cazzimma, io e il canottaggio

Diciamoci la verità, già è difficile trovare un normale compagno (e in certi casi un compagno normale) con cui allenarsi, figuriamoci farlo insieme al proprio tecnico. Ed è un’esperienza unica. Così, in un anonimo pomeriggio, io e Gigi ci siamo accomodati su due remoergometri. Compito della giornata, un po’ di fondo. La festa di laurea che si sta celebrando davanti ai nostri occhi, nel giardino del circolo, non favorisce la concentrazione. Soprattutto perché il buffet, accompagnato da un via vai di gambe femminili tornite e belle, è posizionato a poco più di un metro da noi. Ma il canottaggio è sofferenza.

Luigi Ganino
Luigi Ganino

Mentre i festanti ci guardano con curiosità, io e Gigi danziamo sull’infernale attrezzo. E durante tutta la sessione, il mio allenatore non smette di incitarmi, invitandomi a spingere e non mollare, anche se i muscoli iniziano a fare male e la testa mi suggerisce che sarebbe meglio fermarsi. A metà lavoro, durante una brevissima pausa, Ganino mi guarda serio e dice: «Peppì, Sciascia ha scritto che le persone si dividono in uomini, ominicchi e quaquaraquà. Anche nel canottaggio è così. Siamo a metà dell’allenamento. Fino a qui ci arrivano tutti, ma solo gli uomini vanno avanti. Tu chi vuoi essere?».

Extreme-Drive

Così, stringo i denti e vado avanti, anche se i cedimenti iniziano a essere più frequenti. In particolare, faccio una cosa che Gigi non può tollerare: mi fermo qualche secondo prima che il tempo finisca. E’ l’assist che aspettava: «Peppe non fermarti quando sei stanco, ma solo quando hai finito. Il canottaggio non è come gli altri sport. Qui la fortuna non esiste. La barca che taglia per prima il traguardo non è mai lì per caso. Se smetti di remare quando mancano dieci secondi alla fine, significa perdere. Quando ti assegno un lavoro, prima o’ finìsc e poi puo’ muri’. Se vedi che non ce la fai più, devi tirare fuori la cazzimma».

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La cazzimma è un’espressione napoletana che indica la furbizia, la capacità di attingere acqua per il proprio mulino, in qualunque situazione. Spesso, può avere un’accezione negativa, ma nel canottaggio indica un atteggiamento grintoso e risoluto. Tirare fuori la cazzimma significa aggrapparsi a qualsiasi cosa, pur di trovare le energie che servono a portare a casa il risultato: un pensiero felice, l’orgoglio, l’istinto di sopravvivenza. Così, alla fine di questa giornata ho capito che nel canottaggio si muore due volte, ma prima c’è sempre un lavoro da portare a termine.

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