Non bastano due per fare una coppia

Odio il lunedì. E’ il giorno peggiore per iniziare la settimana. Non so perché, ma è così. Oggi non è solo un brutto giorno, ma l’inizio di un periodo complesso. Perché nel weekend trascorso, ho compreso un’amara verità: nel canottaggio, come nella vita, non bastano due per fare una coppia.

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La matematica non sarà mai il mio mestiere, ma quando si parla di persone e non di numeri subentrano molti altri fattori da tenere in considerazione. Ecco perché nel mondo dei sentimenti i conti non tornano mai.

Una coppia? Non basta essere in due

Il filosofo austriaco Viktor Frankl ha scritto: «Possiamo scoprire il significato della vita in tre diversi modi: 1) col compiere un proposito. 2) con lo sperimentare un valore. 3) con il soffrire. Mi è toccata la numero tre. Perché le parole più brutte del mondo sono quelle del tuo compagno di barca che ti gela con un “smetto con il canottaggio”. E ogni volta che un canottiere appende i remi al chiodo, un due di coppia inevitabilmente muore.

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Rielaborando la teoria del lutto dello scrittore Julian Barnes, dico: «Metti sulla stessa barca due canottieri che insieme non sono mai stati e il mondo del canottaggio cambia. Sul momento è possibile che nessuno se ne accorga, ma non ha importanza. Il mondo è cambiato lo stesso. Può darsi che si schiantino. Ma a volte invece funziona. Insieme, in quel primo momento esaltante, esse sono più grandi dei loro sé individuali: vedono più lontano, più chiaro. Solo che a un certo punto, per una ragione o per l’altra, una delle due persone viene meno. E ciò che viene meno è più della somma di ciò che c’era. In termini matematici forse non è possibile, ma in termini sentimentali lo è».

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Perché nonostante ti racconti il contrario, sai bene che non riuscirai mai più a trovare un altro come lui, che in barca ti fa sentire in uno di stato di grazia, come una freccia che non mancherà il bersaglio. Mentre quando non c’è, tu ci sei un po’ di meno. Ma la decisione è presa. Non la condividi, ma la rispetti. Non resta che elaborare la perdita, anche se non è facile, e dirgli grazie per tutto. Come? Lui ti abbandona, ti straccia il cuore e tu lo ringrazi? Certo, lo ringrazio perché da quando ho iniziato a remare con lui non sono mai stato così stanco e dolorante in vita mia. Gli dico grazie, perché persino una cosa semplice come camminare, mi risulta complicata dopo un’allenamento.

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Gli sono grato perché le mie mani sono distrutte e ogni volta che torno a casa non sono sicuro che il giorno dopo sarò in grado di spostare la barca in queste condizioni. Ma ci proverò. Perché questo dolore e questa fatica ne valgono la pena. Sto diventando più forte, più veloce. Sto migliorando. E il merito è suo. Per questo lo ringrazierò sempre. La solitudine però mi spaventa, anche se mi ripete che non sono solo. Non è vero. E lo sa anche lui. Perché in barca non ho bisogno di un altro corpo, ma di una mente che si incastri con la mia. “E fammi un altro favore: smettila di pensare troppo!”. Qui non posso sbilanciarmi. Parafrasando Alessandro Bergonzoni, il mio cervello è come un giardino senza panchine: è difficile riposare. E’ più facile che qualcuno faccia pipì sui miei sogni. Come oggi.

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