Volevo, con tutte le mie forze, essere una canottiera

Quel fiume è sempre stato lì. A volte lento, altre impetuoso, come solo il Tevere sa essere. Alcuni anni fa (forse ormai tanti), vicino sulle sue sponde mentre giocavo a tennis, vedevo i canottieri scendere sul fiume con le loro barche. Come li invidiavo.

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Sì, li invidiavo, perché io ero troppo “vecchia” e anche “senza il fisico” per poter iniziare e affrontare uno sport come il canottaggio. Invece, un bel giorno ho visto un cartello appeso nello spogliatoio femminile: “si cercano signore per equipaggio otto jole”. Quel giorno è nata una passione. In quel momento ho deciso che volevo essere una canottiera.

Volevo essere una canottiera

Salivamo sul remoergometro, ricevendo i primi rudimenti di quello strano movimento, le prime raccomandazioni, i primi gesti goffi e scoordinati. “Braccia, schiena, gambe. Gambe, schiena, braccia signore!”. Ma il gran giorno stava per arrivare, la nostra prima uscita in acqua. La pesantissima jole sul galleggiante e il nostro coach con le ultime raccomandazioni. E vai sull’acqua, lente… ci guardavamo attorno incantate… di spalle, davamo le spalle al nostro viaggio, ma era tutta un’emozione.

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“Ancora un po’, poi giriamo”. E abbiamo girato. Tramonto in una Roma primaverile e la cupola di San Pietro, Castel Sant’angelo e il Ponte degli Angeli davanti a noi! Li conoscevamo certo, ma visti da un’altra prospettiva. Un’emozione incredibile, impossibile da dimenticare. E quell’estate incominciammo a remare. Poi arrivò l’autunno: “dobbiamo fare una gara!”. “Coach di cosa stai parlando? Non ho mai fatto una gara in vita mia!”. E così sono cominciate le gare. Non per vincere contro gli altri, ma per superare i miei limiti, la mia inadeguatezza, la scarsa fiducia in me stessa.

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Ecco allora il nostro strumento di tortura. Lui con i sui tempi, il suo split, i colpi per minuto, il rimani nei tempi, il sali di colpi e “dai il massimo fino alla fine”. Respira, respira, prendi fiato. Fino a chiudere e stramazzare. Ancora emozioni stravolgenti. La Vogalonga e l’entrata a Cannaregio. Impossibile dimenticare la prima e voler rivivere ogni anno quelle sensazioni, poi ancora e ancora. E ogni anno vogare in laguna, anche se sai cosa hai alle spalle ma è lì e tra un po’ lo vedrai con i tuoi occhi. Non ti basta mai.

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Iniziano le gare, i miglioramenti, arrivano anche le medaglie. E noi sempre a lavorare per migliorare le prestazioni in vista di una gara di fondo, gare corte, gare lunghissime. Incredibile e drogante. E ora ogni fiume, lago o specchio d’acqua che vedi, lo guardi in maniera diversa. E pensi “forse si può scendere anche lì a fare canottaggio, quanto mi piacerebbe!”. Ma il tempo passa. I miglioramenti che ti sei prefissa al remoergometro sembrano essersi fermati. Poi scendono, inesorabilmente. Ma tu persisti vuoi continuare.

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Ogni anno quando ricominci nuove vesciche e nuovi calli. Non hai lo smalto alle unghie, che sono cortissime. Se giri le mani i segni sono il tuo orgoglio, il segno del tuo sforzo e del tuo lavoro. No, non siamo scaricatrici di porto, “siamo canottiere”. Abbiamo una famiglia, lavoriamo con impegni gravosi, ma cerchiamo sempre di ritagliarci il nostro tempo per la nostra droga. Perché è così, più ci stanchiamo più siamo felici. Siamo mamme, mogli, donne in carriera e “siamo canottiere”.

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2 Comments

  • Beh, più o meno anch’io ho vissuto le stesse sensazioni di Roberta. Però col in singolo, da coastal rowing. Anch’io _ che la passione per il canottaggio l’ho sempre avuta _ ho iniziato in età adulta (ma più adulta della tua), anch’io ho vissuto l’esperienza della Vogalonga, edizione 40 (e secondo me prima di andare in acqua avevamo le barche vicine al Tronchetto perché ricordo l’equipaggio femminile), anch’io vivo emozioni bellissime ogni volta che esco in mare. Perché io vivo a Livorno, sono iscritto per l’Unione Canottieri Livornesi. Un caro saluto e un abbraccio a te Roberta e alle tue compagne d’avventura.

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