Statte qujeto and do you speak canottierese?

Pur essendo un professionista della comunicazione, spesso ho riscontrato delle difficoltà a interagire con il mio allenatore. Ed è frustrante non  capire il perché. Eppure, parliamo entrambi la stessa lingua. O almeno così credevo.

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Ho sempre pensato che quando Gigi Ganino mi insegnava l’arte del remo, si esprimesse in italiano, condito da 50 sfumature di napoletano. Assolutamente no. Lui usa la lingua di Dante solo quando parliamo da amici. Ma in modalità “tecnico” inizia a comunicare in “canottierese”.

Do you speak “canottierese”?

Mio padre mi ha sempre detto che senza lingue straniere non vai da nessuna parte, ma pensavo si riferisse all’inglese. Purtroppo, il canottierese non si impara sui banchi di scuola, ma solo sul posto e dopo tanta pratica. Pur avendo un solo modo verbale, l’imperativo categorico assoluto, questo idioma si serve di molte abbreviazioni e di una quantità spropositata di numeri. «Peppe, fai 10×5’30”, rec2, colpi alternati 1°-3°-5°-7°-9° a 22 – 2°-4°-6°-8°10° a 26, ok?».

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E tu, che hai capito solo il tuo nome, non sai cosa fare, perché nel frattempo lui si è già spostato a cazziare qualcun’altro. Capire è difficilissimo; farsi capire è una smisurata ambizione. Lo diceva il filosofo Henri Frédéric Amiel. Aveva ragione. Galeotto è stato l’ennesimo allenamento domenicale. Protagonisti di questa vicenda sono: Anna “Nino” Bonciani, la fatina buona della Canottieri San Cristoforo, che incita gli atleti laddove vede dedizione; il sottoscritto Peppino l’ammacchione e Gigi Ganino, meglio conosciuto come il terminator dei sogni altrui (i miei in particolare). 

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Avendo le mani provate, dico: «Stamattina corro, mi fanno troppo male le mani». «No. Sei un canottiere, ti devono far male per forza. Stamattina facciamo i 45». Quando soffro evito di farmi domande. Da buon napoletano, esprimo i miei sentimenti con tutto il corpo, muscoli facciali compresi. Così, dopo trenta minuti, Gigi mi dice: «Peppe basta fa’ chesta faccia sofferente. Staje andand a duje e diecì!». Al proprio allenatore non conviene mai rispondere, perché se riesci a parlare significa che hai il fiato per spingere e non lo stai facendo. Il mio “Non sto andando a 2.10”, non è stata una risposta, ma un riflesso involontario. Non credo abbia capito la differenza.

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«Se alla fine del lavoro hai fatto meno km di Anna vedi che ti succede». Inizio a pregare che la minaccia sortisca il suo effetto, non su di me, ma su Anna. In quanto fatina, non turchina ma fiorentina, spero rallenti un po’. Comunque, i 45 minuti stanno per finire e, a parte un po’ di altalena sui tempi, non credo di essere andato male. Mi fermo e Gigi mi richiama all’ordine: «Peppè ca’ staje facenn, mancano almeno altri venti minuti alla fine del lavoro!». Ma come venti minuti, ma non dovevamo fare i 45?! «Ma quali 45, ho detto i quaranta cinque! 40 colpi forti e 5 piano!». 

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Alla fine, Anna chiude a 12 km e 935 m. Io a 12 km e 372 m. Le virgole mute del canottierese mi hanno condannato. «Sì, ma Anna è canottiera di alto livello, campionessa del mondo», sostiene la mia difesa d’ufficio. «Quello che vuoi, ma fisiologicamente è una donna. Non può spingere più forte di te. Prova a chiederlo a lei». La fatina buona non risponde, ma mi regala il suo sorriso migliore, carico di benevolenza mista a un “sei proprio un capoccione”. Stefano Benni diceva che la comunicazione perfetta esiste ed è un litigio. Allora, forse, sono sulla buona strada.

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