Tra libri, forchette e Coca Cola. Ovvero il canottaggio che non ti aspetti

L’ho incontrato la prima volta nel 1968, nella canottieri del CUS Bari, con le mani sporche di grasso, intento a sistemare scalmi e carrelli. Ha passato gran parte della sua vita sul motoscafo, esposto alle intemperie invernali o al sole cocente d’estate, impegnato nella preparazione dei suoi atleti.

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Alla guida del pulmino, nei lunghi trasferimenti sui campi di regata. In palestra, fra gli odori della fatica e il rumore delle ventole, dedito a forgiare animo e corpo dei suoi ragazzi. Sulla scrivania, nei momenti di pausa, attento ad annotare dati.

Il canottaggio che non ti aspetti

“Mi ritiro perché ho troppi libri da leggere!”. Stentiamo a crederci. Ma Bepi Altamura, l’emblema del canottaggio al CUS Bari, ha lasciato la guida tecnica della squadra agonistica, trovando il tempo per coltivare la sua seconda passione, la storia. Mi accoglie nel salotto della sua abitazione, dove è in bella mostra un pianoforte nero a coda Steinway, strumento di produzione artistica della talentuosa consorte, Anna Maria. Sul cuscino del salotto, spicca la copertina rossa di un voluminoso libro su Napoleone, lasciato aperto col dorso verso l’alto, segno di una lettura interrotta dal mio arrivo. Cerco intorno a me una traccia che rimandi ai suoi trascorsi sportivi. Invece, solo libri. Ecco “Le Isole di Diomede” sul coperchio superiore del pianoforte. E’ un omaggio alle Tremiti, di Dionisio Altamura.

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Illustre latinista, stimato docente liceale e dirigente ministeriale, il papà di Bepi è stato autore di molti contributi didattici per l’apprendimento della lingua latina e greca antica. Non solo. Al fianco del divano, noto più pile di libri che raggiungono il metro di altezza. Stesso titolo, “Viaggio all’estero gratis”. Stesso autore, il professor Dionisio. “Nella giornata della Memoria, ogni anno la mia famiglia dona ai licei della città, alcune copie del libro, perché i giovani comprendano la storia attraverso le sofferenze degli uomini che l’hanno vissuta. Mio padre, internato militare durante la seconda guerra mondiale, ha raccontato la sua. Sono nato nel 1943 e, a causa di questa sua lunga prigionia, l’ho conosciuto solo all’età di due anni e mezzo”. Barba incolta, fitta, con qualche chiazza ancora nera. Occhi azzurri penetranti, scopro nel mio settantaquattrenne interlocutore il fascino del tempo.

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“Come stai?” gli chiedo. Forse non mi ha ascoltato. Afferra dalla libreria un voluminoso raccoglitore, fra tanti, e me lo porge. “Contiene le parti di me, i pezzi del mio vissuto”. Sul dorso la scritta “A-F”. In ordine alfabetico, le schede dei suoi atleti, con tutti i risultati da loro conseguiti, manoscritti con una grafia lineare e leggibile. E nei faldoni, ci sono proprio tutti! Alla capacità organizzativa e alla predisposizione a sistematizzare dati, Bepi combina l’innata dote di ricordare perfettamente persone, fatti ed eventi. E’ in grado di dare vita a ciascuna scheda. Ogni singola statistica diventa una realtà emozionante, ricca di dettagli. Ricordi che si susseguono, vissuti sempre con una piena partecipazione, frutto di una passione travolgente, esagerata per il canottaggio. “Come stai?”, gli chiedo ancora una volta. Dallo scaffale agguanta un quaderno, da cui scivola via un pezzo di foglio che prendo a volo. C’è un’annotazione con la scritta “Coca Cola di La Mura”. Sorride. Prende fiato. Parte la sua narrazione.

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“Varese. Lago di Schiranna. 1982. Alla vigilia delle gare, si fece tardi, dopo un lungo pomeriggio di rifinitura in acqua e regolazione dello scafo. I ragazzi avevano già raggiunto il pulmino. Per raccogliere gli attrezzi, mi attardai. Con passo veloce, passavo tra i ponteggi delle barche. Notai uno strano riflesso rosso, proveniente dalle scalmiere. Incuriosito, mi avvicinai. Era la zona destinata alle imbarcazioni dello Stabia e riconobbi quella dei fratelloni  Abbagnale. Il luccichio proveniva da alcuni pezzi di lattina di Coca Cola. Geniale Dottò! Pensai. Peppe La Mura aveva adottato una soluzione originale. Nessuno ci aveva pensato prima!”. Il mio sguardo, perso nel vuoto, incoraggia Bepi ad addentrarsi in una spiegazione tecnica.

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“Si tratta di regolazione delle imbarcazioni e di necessità di adattarle alle caratteristiche antropometriche e di stile di voga di ciascun canottiere”. “Come un sarto che deve adattare l’ abito sul cliente….”. “Esatto! Alcuni allenatori, tra cui La Mura, mostravano esigenze più avanzate rispetto a quello che offrivano le barche dell’epoca. Come quella di creare una progressione angolare nei tre settori della fase in acqua del ciclo di voga. Gli scalmi che fissano i remi funzionano da piano di appoggio. Quello verticale, contro cui si regge il dorso del remo, in posizione perpendicolare assicura solo angoli uguali per i tre settori. Come spostare l’inclinazione dello scalmo verso l’esterno, per risolvere il problema? Si trattava di infilare degli spessori tra la base dello scalmo e lo scalmo stesso. Più spessore, più inclinazione. La forma “a forchetta” serviva per contenere il perno d’acciaio su cui monta lo scalmo. La lattina di Coca Cola garantiva la precisione del mezzo grado, del trequarti di grado. La perfezione, insomma. Nessuno ci aveva pensato prima!”.

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“Sartoria d’alta moda”. “Proprio così! Se vuoi raggiungere certi livelli non puoi trascurare nessun particolare, anche quelli che possono sembrare minimi”. Mi sembra incredibile! No. La storia è vera. Senz’altro. Ha sorpreso anche i medici. Bepi è reduce da un serio intervento chirurgico. Ha reagito alla malattia con la tempra del canottiere. Non ha perso l’energia, l’entusiasmo, la vitalità che era in grado di trasmettere a tutti noi. Mai assuefarsi, mai rassegnarsi, mai arrendersi. Mai. Lo ripeteva spesso. “Ti trovo bene, Bepi!”. “Sì. Ora sto molto meglio”.

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