Un sapore di ruggine e ossa ovvero ripartire sempre da zero e altre dimostrazioni di forza

Ogni canottiere, prima o poi, deve fare i conti con quella materia color giuggiola che si genera in sul ferro e lo consuma. Lo riconosce subito il sapore. Lo sente fin dentro le ossa.

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E per un atleta la cosa più importante è imparare ad ascoltare il proprio corpo. A capirlo. Perché è lui a insegnarci i tempi. Per ogni cosa. Nel canottaggio poi è fondamentale, perché è il fisico a dirti quando sei pronto, anche se non gli diamo retta quasi mai. E’ successo anche a me.

Un sapore di ruggine e ossa

Purtroppo, il guaio dell’essere un canottiere con tanta immaginazione e il coraggio di improvvisare, ma del tutto privo di disciplina, è quello di passare l’esistenza da un punto di partenza all’altro. Senza mai tagliare il traguardo. Bastano pochi colpi di remoergometro per capire che non è polvere, quella sulla pelle. Ma ruggine. Ed è dura scrollarsi di dosso qualcosa capace di intaccare persino il taglio di uno splendido acciaio.

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E’ questo il vero problema con il canottaggio. Ti metti in viaggio seguendo il nord, poi basta una minima deviazione e ti allontani sempre più dal punto in cui eri diretto. E quando ti rendi conto di esserti perso, non puoi più tornare indietro. Puoi solo ripartire da zero. E un canottiere fa come il mare che ha dentro. Ogni volta che si infrange contro gli scogli trova sempre la forza di riprovarci.

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Ecco perché il canottaggio è stato il mio miglior insegnante, perché gli schiaffi che ho preso da lui nessuno ha mai avuto il coraggio di darmeli. E’ una scuola di vita. Ma al contrario di quella che si frequentava da bambini, qui non puoi giustificare le assenze. E in acqua si vede subito chi ha studiato e chi no. Dopo molti mesi di latitanza, non so cosa aspettarmi da questo allenamento. Suppongo qualcosa che somigli a un miracolo. Ma non mi preoccupo. Ho un ambizioso piano di riserva: respirare.

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Schiena dritta, braccia tese, testa alta. Si parte. Via il primo colpo, poi il secondo, il terzo. Anche se non credo che il mio corpo mi ascolterà ancora a lungo. La fatica inizia a farsi sentire quasi subito. Cosa stai facendo?! Sei il mio corpo, obbediscimi. Ti prego. Ancora un colpo. Ancora uno. Ancora uno. Errore mio, chiedo scusa. Ho avuto l’ardore e l’ardire di credere di meritare troppe cose e pensare di essere migliore di quello che in realtà non sono. Ma è proprio questa la parte più bella del canottaggio: che migliori lo diventiamo per davvero. Ecco perché sono qui. Ancora una volta.

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