La calma è la virtù dei calmi ovvero lo vedi ca’ sì strunz?!

Nel mondo del canottaggio, sono arrivato a comprendere una cosa importante: la calma è la virtù dei calmi. Non degli allenatori. Perché quando si armano di pazienza, per spiegarti come funzionano le cose all’interno di un circolo, è solo per scagliartela addosso con estrema violenza.

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Una consapevolezza nata dall’esperienza personale e dalla mia innata capacità di “ammacchiarmi”, ovvero prendermi delle libertà personali durante l’allenamento. In napoletano, significa fare meno di quanto dovuto senza farsi beccare. Non si fa con l’idea di imbrogliare. Per carità. Ma a volte capita di spegnere l’interruttore della luce prima di arrivare a destinazione. E così si va a sbattere. Di solito sul proprio allenatore.

La calma è la virtù dei calmi

D’altronde, il rapporto tra un atleta e il suo tecnico è una partita a scacchi. E ogni canottiere ha un piano che non funzionerà. Prima di iniziare ad allenarmi, per esempio, mi guardo intorno. Devo sapere dove si trova il mio allenatore. E visto che non posso ruotare la testa a 360°, approfitto dei riflessi delle vetrate, leggo le ombre, capto i suoni, percepisco gli spostamenti d’aria. Insomma, sono una sorta di Bear Grylls del canottaggio con una sola missione: sopravvivere. Peccato che gli allenatori abbiano il dono di trovarsi contemporaneamente in due luoghi diversi. E in entrambi i casi ti compaiono alle spalle.

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Ricordo ancora una seduta di Interval Training di cui, malgrado le ripetute spiegazioni, non avevo capito nulla. Modestamente. Così, invece di finire le serie che mi mancavano, sono andato a fare pesi. A distanza di tanto tempo, ancora non riesco a capire come, in una stanza piena di atleti, Gigi Ganino abbia capito che l’unico remoergometro vuoto appartenesse a me. «Peppe non esiste che inizi un lavoro, poi ti scocci e te ne vai. L’allenatore sono io e si te rong nu’ lavoro prima o’ finìsc e po fa’ chell ca’ bbuo!». Mi riporta a forza sul carrello, ma ormai la mia mente è già sotto la doccia ad aspettare il corpo. Così, vedendolo in altre faccende affaccendato, faccio tre serie al posto di quattro e mi infilo negli spogliatoi. Peccato che pochi minuti dopo compare anche lui. Vestito di tutto punto, casco e giubbotto compresi. Brutto segno. Non è qui per salutare. Sta cercando me.

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«Peppe, ma stasera quante ripetizioni dovevi fare?». Quattro. «E quante ne hai fatte?». Domanda retorica, conosce già la risposta. Sta per arrivarmi la cazziata, questi sono i preliminari. Gli servono per far crescere la tensione, catturare l’attenzione dei presenti e lanciare un messaggio: vedo tutto. Così rispondo: tre. «E perché?». Incerto se giustificarmi dicendo che avevo un gomito che mi faceva contatto con il piede, faccio la cosa più sensata: dico che non era stata una mia idea. «Peppe lo vedi ca’ sì strunz?! I nun’ so’ fess. Quello che hai fatto stasera l’ho inventato io. Ti sei ammacchiato, sei un ammacchione, perché con tre ripetizioni non ti sei allenato, ti sei solo mantenuto». In vita, avrei aggiunto. Ma il buon senso mi impone di tacere, mentre il resto dello spogliatoio se la ride. Ma prima di andare a casa c’è ancora una lezione da imparare.

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«Tanti anni fa», mi racconta, «ero al lago Patria e il mio allenatore Andrea Coppola mi mise in barca con Valter Molea. Però c’era brutto tempo e dovemmo rientrare. Allora mi disse di fare 10 da 3000 al remoergometro. Per i primi 6 andò tutto bene, poi al 9 scoppiai. Così, andai a farmi la doccia. Andrea venne a cercarmi e mi disse: “Gigi così non va bene, perché tu devi capire che canottiere vuoi essere, bla bla bla..” e io pensavo “Sì sì, parla parla che tant’ a’ doccia ja me l’agg fatt”. Ha parlato per mezzora e alla fine mi ha detto “Va bene adesso ti rimetti il body e fai l’ultimo tremila, che nel frattempo ti sei pure riposato”. E l’ho dovuto fare. Era il 24 dicembre del 1996 e non me lo dimenticherò mai. Quindi preparati, perché la prossima volta farò la stessa cosa con te». E Peppe l’ammacchione incassa e non favella, perché quello che dice l’allenatore è sacro. Nonostante tutto, lo sa bene pure lui. Oggi si mettono in discussione troppe cose: la saggezza degli anziani, l’autorità dei padri, l’importanza della famiglia. Ma gli allenatori di canottaggio no. Loro non si discutono. Mai.

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