Se ne dicon di parole ovvero sali, siediti, stai zitto e rema

Nel canottaggio quanto mi danno fastidio quelle persone che credono di essere più brave di te. Poi all’atto pratico fanno le stesse cose che fai tu e ti dimostrano che in effetti avevano ragione loro. D’Altronde, mi hanno sempre fatto notare che avrei potuto impiegare meglio il tempo passato in canottieri. Per esempio allenandomi.

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E Gigi Ganino me lo disse fin dal primo giorno in cui misi piede all’interno di una società: «Peppì pianifichiamo tutto, perché il canottaggio non si inventa». Io risposi: «Siamo d’accordo. Improvvisiamo». Così abbiamo fatto. Lui fedele alla sua promessa, io alla mia premessa. E’ il problema di chi, come me, è fortissimo. Ma solo sulla teoria.

Sali, siediti, stai zitto e rema!

Perché quando un canottiere ben allenato incontra un canottiere con tanta immaginazione e il coraggio di improvvisare, quello ben allenato vince senza problemi. Però ogni tanto in barca ne faccio una giusta. Così, tanto per disorientare il mio allenatore. Ma se come canottiere ho un passato discutibile e un futuro improbabile, farei meglio a concentrarmi sul presente. Cosa che Raffaele Mautone non tardò a sottolineare quel pomeriggio di mezza estate quando cazziò la mia postura eccessivamente rilassata: «Peppe basta co’ sti chiacchier, amma faticà! E fammi una cortesia: non puoi stare seduto in barca come se fossi seduto sul divano di casa tua. Nun te pozz’ bberè (non posso guardarti, ndr). Sei un canottiere, è una questione di mentalità. Sempre!».

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Mentalità. Eccola la parola magica. Perché nel canottaggio a cambiarci e renderci migliori di quello che siamo è la forza di volontà. Nella maggior parte dei casi, però, non si tratta mai della nostra. Ma di quella del proprio allenatore. Così, in preda allo sconforto lo guardo e gli chiedo: ma come faccio alla mia età a cambiare mentalità e a imparare a soffrire? «Peppì sai quando si smette di imparare? Quando si muore». Sì, ma già in tre mi hanno detto che non riuscirò mai a farcela. Lui mi guarda serio: «Ma io sono uno di questi?». No. «E allora mo’ simm in quattr!».

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E mentre se la ride, gli spiego che i miei tempi fanno schifo, ma non riesco a capire il perché. Dopotutto ho il canottaggio nel sangue. «Eh già», fa lui. «Evidentemente hai problemi di circolazione! Però Peppe, se l’acqua sotto la tua barca scorresse come il foglio sotto la tua penna saresti un campione Olimpico. Ma poi non saresti tu. E allora preferisco così». Insomma, cercando la sua approvazione ho trovato la sua amicizia. Per il momento mi basta, al resto ci penserò strada facendo. Perché in fondo io e il canottaggio abbiamo ancora tanto da dirci. Dobbiamo solo smettere di usare le parole.

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