Esattamente come un cavaliere jedi, protagonista della saga fantascientifica di Guerre Stellari, anche il canottiere trae la sua energia dalla Forza. Parliamo di una capacità non solo fisica, ma anche mentale. E come ci ha insegnato Ben Parker (zio di Peter, alias Spider-man): «Da grandi poteri, derivano grandi responsabilità».
La Federazione Italiana Canottaggio ha tracciato le linee guida del movimento con il suo Codice Etico Sportivo, lasciando poi agli allenatori il compito di insegnare ai propri allievi quale sia la differenza fra un canottiere e uno che pratica il canottaggio. Ma il Lato Oscuro è sempre in agguato e, prima o poi, ogni alfiere del remo finisce con il subire le tentazioni e le lusinghe del CrossFit.
Il canottaggio contro il suo lato oscuro: il CrossFit
Il CrossFit è uno sport specializzato nel non essere specializzato. Si tratta di un insieme di discipline, tra cui anche il canottaggio (ma nella sua versione bignami), declinate a un unico scopo, dominare i dieci punti fondamentali del fitness: resistenza cardio-respiratoria e muscolare, forza, flessibilità, potenza, velocità, coordinazione, agilità, equilibrio, precisione.
I corpi che si possono ammirare in una palestra di CrossFit, moderna rappresentazione della celebre Tana delle Tigri di un indimenticabile cartone animato degli anni Ottanta, sono praticamente perfetti. E al contrario di molti altri sport (tra cui purtroppo anche il canottaggio), i risultati sono immediatamente visibili. Detta così suona bene, ma non è tutto oro quello che luccica.
Infatti, sono bastati pochi minuti all’interno di uno dei templi del CrossFit milanese, per far capire a un canottiere in crisi d’identità (che per ragioni di privacy preferisce rimanere anonimo) di trovarsi nel posto sbagliato. Accolto all’ingresso da un energumeno, incapace di sillabare in modo comprensibile anche il suo nome, alla richiesta di informazioni circa la loro attività, l’alfiere del remo si è sentito rispondere così: «Facciamo CrossFit, tu che cazzo hai fatto fino a ora?».
Come inizio è promettente, ma la domanda più giusta sarebbe stata: «Che cazzo ci fa un canottiere in questo posto?». Per ovvie ragioni di incolumità fisica, il ragazzo controlla i suoi movimenti facciali e non proferisce parola. In effetti, destano impressione tutti questi corpi nerboruti, capaci di sprigionare tanta potenza. E già sogna di applicarla al suo colpo in acqua. Tuttavia, quando il suo sguardo si posa su un altro energumeno, impegnato nella tortura di un remoergometro, non può trattenere un moto di ribrezzo. E’ vero, lui quello strumento lo ha sempre odiato, ma vederlo usare in quel modo improprio, con un istruttore che invece di correggergli i movimenti incita il bisonte a darci dentro, supera ogni limite di tolleranza.
Così, gira i tacchi e torna a respirare l’aria fresca (sì fa per dire, essendo la nostra storia ambientata a Milano, ndr), ma non prima di aver imparato una lezione: la potenza è nulla senza controllo. Sembra una frase perfetta per uno spot sui pneumatici, ma che in realtà nasconde grande verità. Che cosa se ne fa un atleta di una forza che non riesce a controllare? Nulla. Un canottiere deve mettersi al servizio della Forza stessa, lasciandola scorrere senza esserne il padrone. Non a caso, l’ultima edizione della Beat It, gara di indoor rowing sui 500 metri organizzata da Mario Palmisano, è stata presa d’assalto da gruppi organizzati di adepti del CrossFit. Alla fine, tra tanto fumo, a trionfare è stato Niccolò Mornati, segni particolari: un gran bel pezzo di arrosto. Pardon, di canottiere.









