Al contrario di quanto si possa pensare e di quello che molto probabilmente vi è stato detto dai vostri allenatori, il canottaggio non si basa su regole fisse. Sono convinto che l’arte del remo sia una disciplina che viva di continui paradossi.
Pensateci bene: si guarda indietro per andare avanti e non deve essere divertente per esserlo. E questi sono solo due tra i molti esempi che si possono citare. Tuttavia, l’argomento di oggi è un altro: il canottaggio è uno sport solitario, ma non per uomini (o donne) soli.
Sport solitario, ma non per uomini (o donne) soli
Inutile nascondersi dietro a un dito: non rientro in quella categoria di atleti in grado di allenarsi da soli. Purtroppo, ho bisogno di avere un “cane da guardia”, ma non sempre è possibile. L’ennesima dimostrazione della mia precarietà agonistica l’ho avuta in un assolato sabato mattina, quando mi sono ritrovato sul remoergometro ad affrontare un lavoro sui 750 metri (due serie, con sei ripetizioni ciascuna. Due minuti di pausa, tra una ripetizione e l’altra, e cinque tra la prima serie e la seconda), drammaticamente solo.
Così, dopo sole due ripetizioni, decido che non ce la posso fare. Non oggi. Cambio idea e provo il tempo sui mille metri. Riparto, ma dopo pochi colpi mi fermo un’altra volta. C’è qualcosa che non va. Sono io. Insisto nel dare un senso alla giornata, facendo 5 km di fondo. Tempo 300 metri e sono punto e a capo: immobile sul mio carrello. Rimane solo la doccia anticipata. L’unica nota positiva è l’assenza di Gigi Ganino, che altrimenti mi avrebbe detto: «Peppì mi sono sbagliato, non sei un ammacchione, si proprio ‘nu strunz».
Nell’istante in cui sto per alzarmi, le parole che sento sono: «Dai Peppe non ti fermare. Sei partito troppo forte. Ricomincia da capo». Mi volto e sul remoergometro accanto a me c’è Mario Scalella, impegnato nello stesso lavoro. Come avete già avuto modo di capire in Impressioni di un canottiere diversamente giovane alla 40° Vogalonga e (dis)Avventura di un canottiere a Posillipo, Mario rappresenta la saggezza e la memoria storica cui ispirarsi alla Canottieri San Cristoforo. Lui ci scherza, dicendo che questi sono solo degli eufemismi per dire che è “vicchiariell”. Però, spinto dall’incoraggiamento e dall’esempio di questo canottiere diversamente giovane, ho trovato la forza per ricominciare tutto dal principio, portando a termine il lavoro.
Come ho già scritto in La solitudine del canottiere, l’unica compagnia di un alfiere del remo è la sua fatica, fisica e mentale. Questa solitudine interiore è una verifica del proprio valore. Tuttavia, ed eccolo l’ennesimo paradosso, nel canottaggio, come nella vita, nessun uomo (o donna) arriva nella posizione che occupa senza essere aiutato, sorretto, spinto, tirato e incoraggiato a fare meglio. Erroneamente, si pensa che questo compito spetti solo al proprio allenatore. Non è così. Quando si inizia a praticare questo sport, si entra a far parte di un equipaggio. E questa “ciurma”, che in poco tempo diventa una famiglia sportiva (in Canottieri San Cristoforo: «Siamo pazzi… arrendetevi!» vi ho presentato la mia), ha delle precise responsabilità nei confronti dei suoi membri. La più importante è che nessuno viene abbandonato, dimenticato o lasciato indietro. Grazie a Mario, quel sabato non sono stato un canottiere solo, ma solo un canottiere.








