La festa appena cominciata… è già finita. Neanche il tempo di godermi la mia bellissima medaglia di bronzo (guadagnata con sangue, sudore e lacrime al Beat It 2014), che è già tempo di sfilarmerla dal collo.
D’altronde, la prima medaglia non si scorda mai. Soprattutto se ti viene consegnata dalle mani di un campione del mondo come Valerio Massimo. Ecco perché, 72 ore dopo la premiazione, ce l’avevo ancora al collo.
Dura solo un attimo la gloria
«Peppì ma lo sai che ormai questa medaglia è solo passato?», mi richiama all’ordine Mario Palmisano. «Io le medaglie me le toglievo appena sceso dalla barca. Oggi devi allenarti per riconfermare domani il tuo piazzamento. Quindi nun perdere tiemp e vieni all’allenamento… samento! (letteralmente, in napoletano è il seme di zucca. In questo caso, però, significa: sei una schifezza). D’altronde, citando Churchill, il prezzo della grandezza è proprio la responsabilità.
Prima di entrare alla Canottieri San Cristoforo, respiro a pieni polmoni gli ultimi rimasugli di polvere di stelle. Chissà quando (e se) mi ricapiterà. Datemi del romantico, ma i convenevoli sono la parte del canottaggio che preferisco. «Peppe stasera sono quattro da dieci minuti a velocità crescente», dice Gigi Ganino e le sue parole mi colpiscono come un pugno alla bocca dello stomaco. Annuisco e vado a cercare un ventolone libero. Naturalmente lo trovo. La festa è proprio finita.
Il mal di schiena mi ricorda che a Beat It, in staffetta e in singolo, non solo ho dato tutto quello che avevo, ma ho addirittura contratto dei debiti. E sono pure pesanti. Ma un vero canottiere deve abituarsi a lavorare nel dolore: no pain, no gain. «Respira e spingi», mi ripete il mio compagno di allenamento Stefano, continuando a correggermi i movimenti sempre più scomposti. Sul remoergometro, anche dieci minuti sembrano un’eternità, figurarsi quaranta.
Alla fine della terza serie, Stefano commette un grave errore. Decide che per stasera per lui può bastare. D’altronde, è fermo da più di un mese per via di un’operazione agli occhi. Purtroppo, la mia sensibilità è più forte del mio senso del dovere, quindi lo accompagno. Lui però sceglie di fare anche un po’ di pesi e nella mia mente si accende il primo campanello d’allarme: se Gigi mi vede fare i pesi dopo un lavoro non finito sono guai. Meglio la doccia, quindi.
Stavolta quello sensibile è Stefano. Infatti, molla tutto e viene con me. Il problema è che non entra nello spogliatoio da solo. Dietro di lui, infatti, compare Gigi Ganino. E’ vestito di tutto punto, giubbotto compreso. Brutto segno. Infatti, non è qui per salutare, sta cercando me. «Peppe, ma stasera quante ripetizioni dovevi fare?». Quattro. «E quante ne hai fatte?». Domanda retorica, conosce già la risposta. Sta per arrivarmi una cazziata, questi sono solo i preliminari. Gli servono per far crescere la tensione, catturare l’attenzione dei presenti e lanciare un chiaro messaggio: vedo tutto.
Perché il rapporto tra un atleta e il suo allenatore è una partita a scacchi. Ogni canottiere ha un rito scaramantico, un gesto che lo contraddistingue prima di iniziare ad allenarsi o prima di una gara. Io, per esempio, mi guardo sempre intorno. Devo sapere dove si trova Gigi. Chiamiamolo istinto di sopravvivenza. E visto che non posso girare la testa, approfitto dei riflessi delle vetrate, leggo le ombre, capto i suoni delle voci, percepisco gli spostamenti d’aria alle mie spalle. Insomma, sono una sorta di Bear Grylls del canottaggio, con una sola missione: sopravvivere all’allenamento. Ma torniamo a noi.
Fedele a I dieci comandamenti del canottaggio, guardo Gigi negli occhi: tre. «E perché?». Incerto se giustificarmi dicendo che ho un gomito che mi fa contatto con il piede, faccio la cosa più sensata che mi viene in mente: dico che è stata un’idea di Stefano. «Ehhh, o’cazz! Peppe la devi smettere di fare il subdolo (io???, ndr). Perché con tre ripetizioni non ti sei allenato, ti sei solo mantenuto». In vita, aggiungerei. Ma il buon senso mi impone di tacere, mentre il resto dello spogliatoio se la ride. «L’ultima parte del lavoro è la più importante, perché è proprio quando non ce la fai più che il tuo corpo inizia ad allenarsi. Non so più come dirtelo. La prossima volta giuro che ti rimetto a forza sul remoergometro». Ti voglio bene anch’io. D’altronde, se sei sempre d’accordo con il tuo allenatore, uno di voi non è più necessario. Sono passati solo tre giorni, ma la mia medaglia è già un ricordo lontano. Fu vera gloria? Al posteriore (che mi fa ancora male) l’ardua sentenza. E’ stato importante partecipare a Beat It, perché da questa esperienza ho capito molte cose. La più importante è che dura solo un attimo la gloria. Però è stato bellissimo.











