Come il comico Milton Berle, anche a me piace correre. Eccetto la parte che viene dopo che ti sei messo le scarpe. Soprattutto se è sabato mattina e fuori sta piovendo. Però, amo il canottaggio, perché è pura poesia. Se la notte sogno, sogno di essere un canottiere. E prima di essere un cavaliere delle acque, un alfiere del remo deve essere un mezzofondista.
Per correre dietro ai propri sogni ci vuole un fisico bestiale. E impermeabile. Eppure, conosco una ragazza di Torino che tempo fa mi disse: «Correre sotto la pioggia è la cosa più bella del mondo». Però lei è di un’altra tempra: quando è sola è più forte. Io, al contrario, ho bisogno di avere un’ombra sulla mia ombra. Quando alle 9.00 il mio cellulare suona, so che la mia seconda ombra è in auto che mi aspetta.
Alzati e cammina. Anzi: corri!
Direzione Idroscalo per un giro di corsa del lago. Una volta arrivati, mi allunga un k-way. Era sicuro che non l’avessi portato. Partiamo fianco a fianco. Nonostante la pioggia battente, il fondo tiene. Ogni tanto le pozzanghere ci separano, ma i nostri corpi sanno esattamente dove si trova l’altro e in due falcate siamo di nuovo vicini. E’ questo il bello di essere un due di coppia: si pensa al plurale. Non ho bisogno di vedere dove si trova il mio compagno. So perfettamente che è al mio fianco e da lì non se ne andrà.
Ogni tanto mi parla, per capire se sto bene e se le gambe rispondono. «Staccale dalla testa e lascia che girino da sole». Io sorrido. Aveva ragione Laura Basadonna: chi dice che il sole porta la felicità non ha mai corso sotto la pioggia. E a me sta andando di lusso: allenamento, terapia e una doccia. Tutto nello stesso momento. Ogni tanto incrociamo altri pazzi. E’ naturale sorridergli, fargli un cenno con la mano o con gli occhi. Loro rispondono. Tutti. E allora penso che il mio allenatore Gigi Ganino si sbagli, quando dice che solo al sud ci si saluta tra sconosciuti.
Lo faccio presente e il mio compagno chiede: «Tu di dove sei?». Di Napoli. «Io invece?». Di Catania. Non parlo più. E’ stata una settimana impegnativa e comincio a sentire la fatica. I muscoli delle gambe iniziano a bruciare. Le mie vene stanno pompando acido da batteria. Ma io continuo a correre. Nel suo romanzo, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino scrisse che uno dei vantaggi del correre rispetto agli altri sport è che ognuno va per conto suo e non ha da rendere conto agli altri. Si sbagliava.
Perché da qualche parte, dietro l’atleta che sei diventato o stai cercando di essere, non ci sono solo le ore di allenamento o le gare disputate. Ci sono anche i tecnici che ti hanno spinto oltre la fatica, i compagni di squadra che hanno creduto in te, le persone che non hanno mai smesso di fare il tifo, quelle che si sono innamorate di questo sport grazie alle cose che scrivi. Non mi alleno tutti i giorni solo per me stesso. Lo faccio anche per loro. Non è un dovere o un obbligo morale, ma solo il mio modo di dire “è grazie a voi se oggi sono qua”.
Non corro per riempire lo spazio che c’è tra le mie gambette ossute, ma per colmare il divario tra me e l’atleta che mi precede sul campo di regata. Corro per rendere la mia vita un po’ più intensa e vivace. Non fuggo dalle mie paure e dai miei problemi. Sto correndo verso i miei obiettivi. Ormai mancano pochi metri all’arrivo e il mio compagno mi ordina di scattare e dare tutto quello ho. Non è molto, ma sfido il resto del mondo a starmi dietro. Mi chiede: «Com’è andata?». Bene. «Non si direbbe dalla faccia». Emulo di Emil Zatopek, con un filo di voce rispondo «Non ho abbastanza talento per correre e sorridere allo stesso tempo». Ma dentro di me sto ballando, perché anche oggi ho respirato. Esplorato, Imparato.


