I dolori del (giovane) rower

Nel canottaggio esistono due tipologie di dolore: quello mentale e quello fisico. Il primo è meno drammatico e spesso è una diretta conseguenza del secondo. Tuttavia è più comune e paradossalmente più difficile da sopportare. Perché non è la sofferenza del corpo ad affliggere un canottiere.

Una volta ho letto che solo chi ama davvero il proprio sport capisce che l’allenamento più duro è il non potersi allenare. E’ stata l’incrinatura di una costola, a pochi giorni da una gara, a farmi comprendere meglio questo concetto.

I dolori del rower

Colpa di una distrazione fatale. Adesso che ho l’acciaio nella testa, ho dimenticato che al di sotto di essa sono scolpito nella mozzarella. Avrei bisogno di un’altra vita per restituire tutti i consigli inutili che mi hanno dato e lasciare spazio solo agli altri. Tra questi, il suggerimento più saggio è stato quello di Mario Palmisano, che in tempi non sospetti mi disse: “Non esagerare”. Non l’ho ascoltato. E adesso, che cosa posso dire a mia discolpa?

Extreme-Drive

C’era l’entusiasmo per un nuovo inizio e i tempi che miglioravano. Per la prima volta, sul remoergometro ero riuscito a vedere il cielo in una stanza. Insomma, mi stavo innamorando. Di nuovo. Come mi ha detto una volta Raffaele Mautone: «Si può voler bene a tanti sport, ma il canottaggio è amore. E l’amore… l’ammor è n’ata cos». Mi dispiace, perché questa volta mi stavo impegnando. E’ il karma. Evidentemente l’unica cosa che riesco a fare con una certa continuità è sognare.

Dannato vizio di creare posti bellissimi nella mia testa e poi non saperli raggiungere. Nemmeno a un passo dal traguardo. «Peppe nun molla’!», mi esorta Enzo Triunfo. Intanto mi massaggio un fianco e penso al destino dei miei compagni di staffetta: gli Sventoloni. «Capita anche ai grandi campioni alle Olimpiadi di farsi sostituire», mi consola Mario Palmisano. «E pensa che la tua riserva sono io. Qua per forza ci esce un pezzo, roba da Pulitzer!». E infatti, eccolo qua. Lo guardo e sorrido, tacendogli che qualcuno mi aveva già chiesto se per convincere Valerio Massimo a far parte della mia squadra gli avessi sequestrato i figli.

remo

Cosa vi posso dire. Non volevo esagerare, ma solo rendere orgoglioso il mio allenatore per il gusto di sentirlo gridare in gara: «Sarà pure strunz, ma quello l’ho allenato io!». Ed è per lui che sarò comunque al via. Vada come vada. Perché altrimenti vorrebbe dire che in questi due anni non ho capito nulla di Mario Palmisano, della sua storia personale, dei suoi insegnamenti e di quello che ho imparato da tutte le persone conosciute grazie al canottaggio. Non lo so cosa succederà, ma qualunque cosa avvenga di me, non potrò dire di non aver goduto le vere, le più pure gioie del canottaggio. Sono sicuro che anche dietro questa storia si nasconda un grande insegnamento. Anche se non ho ancora capito quale sia. O forse sì.

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Giuseppe Lamanna

Campione Olimpico nel perdere tempo, sono un giornalista che rema o un canottiere che scrive

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