Domenica scorsa ho partecipato alla mia prima gara di canottaggio indoor: il Beat It. E’ stata anche la prima competizione sportiva della mia vita, se si escludono i saggi di fine anno delle elementari, e ho pure vinto una medaglia d’oro.
Tuttavia, non ne gioisco. Perché, un po’ come Miss Colombia nei giorni scorsi, anch’io sono stata premiata per errore. Solo che lei resta sempre Miss Colombia, mentre io… ma questo è un altro discorso. Di sicuro è stata colpa di un bug di sistema o di una coincidenza fortunata, ma non fortuita. Perché il caso non esiste e c’è un motivo, che non è la vittoria, per cui quella medaglia mi è finita al collo.
I Row, I Fight, I Beat It
Allora avanzo due ipotesi. La prima: esiste un dio del canottaggio e assomiglia terribilmente a quello dell’antico testamento, che per dimostrare tutta la sua onnipotenza compie gesti un po’ megalomani e arroganti, tipo premiare con una medaglia l’ultima classificata. Bisogna portargli rispetto e farei meglio non farlo incazzare, perché la prossima volta potrebbe decidere di rendere consapevoli del furto anche i presenti che la medaglia la meritavano veramente.
La seconda ipotesi è che quella medaglia trascende il canottaggio ed è un monito per la vita a non arrendersi mai. Se così è, allora la mia vittoria devo dedicarla a tre persone che nell’ora più buia me lo hanno ricordato. La prima è Stefano Lo Cicero Vaina, più che un uomo un “martello pneumatico” (cit.). Non ho la pretesa di chiamarlo allenatore, perché per definizione dovrei essere canottiera e invece io “volevo esserlo”. Ho capito cos’è la potenza quando ho visto il remoergometro letteralmente camminare sotto i suoi colpi. Che sia lui il dio del canottaggio? In ogni caso, e per sicurezza, conviene non farlo incazzare. Tenace, testardo, ostinato, paziente: ha creduto in me molto più di quanto ci abbia creduto io. Mi ha insegnato la forza d’animo e spero continui a farlo.
Il secondo si chiama Michele. Ha 31 anni, uno meno di me, ed è il testimonial della campagna Telethon di quest’anno. Soffre di distrofia muscolare non può più muovere il suo corpo ed è sulla sedia rotelle. Sabato mattina, prima della gara, quando sono uscita a testa bassa dall’allenamento in preda alle mie angosce esistenziali, tutta presa dai miei limiti, ero convinta che ci avrei rinunciato perché mi sentivo limitata, incapace. Poi, pedalando verso casa, ho alzato per caso lo sguardo e ho visto la foto di Michele con sotto la scritta: “#nonmiarrendo - Perché i miei genitori non l’hanno mai fatto”. E sono scoppiata a piangere. Lui mi ha insegnato il coraggio (e mi ha fatto sentire un microbo).
Della terza persona non farò nome. Mi basta dire che 15 anni fa si è arresa e facendolo, per contrappasso, mi ha obbligato a non arrendermi mai. Domenica sarebbe stato il suo compleanno. La ringrazierò sempre, perché col suo gesto disperato mi ha insegnato la speranza. Infine, sono sicura che da qualche parte in questo momento c’è qualcuno che per qualche motivo si sta tormentando, come accadeva a me qualche giorno fa, perché pensa di non farcela e ha paura di mettersi alla prova. Spero allora che i suoi occhi possano incrociare queste righe e che in qualche modo possano ispirarlo e aiutarlo ad accettare la sfida, sempre, qualsiasi essa sia. I row, I fight, I Beat It.





