Il canottaggio non si inventa

Non esiste un’età ideale per imparare qualcosa di nuovo. Perché quando avviene, diventiamo persone migliori. Ecco perché, quando mi domandano per quale motivo alla soglia dei 40 anni mi sia rimesso in gioco su una barca da canottaggio, rispondo: «Meglio imparare la saggezza tardi che non impararla mai».

Remare

Non sono d’accordo con il detto “chi non ha talento insegna”, ma sposo la tesi del politico francese Jean Jaurès: «Non si insegna quello che si vuole; dirò addirittura che non s’insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: si insegna e si può insegnare solo quello che si è». Nel mio caso specifico, si tratta solo di condividere le poche cose che ho imparato grazie a questo sport.

Il canottaggio non si inventa

Partendo dalla base principale, ovvero sapere qual è la differenza tra il canottaggio e la canoa, si arriva alla Lezione N° 1: Il canottaggio non si inventa. Si tratta di una massima tramandata fin dagli albori di questo sport, giunta ai miei padiglioni auricolari attraverso le sagge parole di Raffaele Mautone.

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Al mondo non esiste un atleta che sia naturalmente predisposto a remare. Chiunque, anche i più grandi canottieri, all’inizio si sono sentiti inadeguati al gesto tecnico, perché completamente inventato. Remare non è come calciare un pallone, dove il talento naturale può fare la differenza. Serve tempo e soprattutto molta pazienza per superare quella fastidiosa sensazione che ci fa sentire fuori posto quando ci sediamo sul carrello di una barca. E’ lo stesso Giuseppe La Mura a dire: «Il talento da solo non basta. Ormai vince solo un atleta ben allenato, che rema meglio degli altri».

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Tempo e pazienza. Quante volte mi sono sentito ripetere le stesse cose. Tuttavia, c’è differenza tra l’ascoltare e il capire. D’altronde, ognuno di noi ha i propri tempi per recepire determinati concetti. Per quanto mi riguarda, si sono rese necessarie cinque cadute in acqua nella stessa uscita. Cinque tuffi, uno dietro l’altro, che oltre al mio corpo hanno fatto riemergere dall’acqua altrettanti stati d’animo diversi:

  1. Tuffo N° 1: la depressione: prendi un granchio ogni tre palate e sei il solo a finire in acqua. Scoraggiarsi è normale, soprattutto perché ti sembra di essere l’unico a cui non riesce nulla. Avresti voglia di mollare e mandare tutto al diavolo. Ma decidi di conservare un briciolo di dignità e provi a risalire sulla tua barca.
  2. Tuffo N° 2: la frustrazione: Riesci a salire da destra, ma solo per ribaltarti a sinistra. L’unica consolazione è la temperatura dell’acqua. Di questa stagione l’acqua è addirittura piacevole.
  3. Tuffo N° 3: la rabbia: Questa volta scegli di arrampicarti a sinistra. Ma cambiando l’ordine dei lati, il risultato non cambia: sei di nuovo in acqua. Diventa una questione di principio: a costo di rimanere lì tutta la sera, giuri che rimetterai il culo sul quel carrello.
  4. Tuffo N° 4: l’ostinazione: un principiante ha un blocco mentale ogni volta che sale in barca: la paura di finire in acqua. Ma dopo esserti lavato tre volte, questo timore è scomparso. Di nuovo sul carrello, l’idea di tornare al pontile non ti sfiora. Adesso sei libero di remare.
  5. Tuffo N° 5: la determinazione: Guardandoti remare, sembra difficile credere che tu sia la stessa persona di quattro tuffi fa. Non solo sei in equilibrio, ma i tuoi movimenti sono talmente fluidi e coordinati, che ci prendi gusto e osi. Aumenti il numero dei colpi e la tua apertura in attacco sembra quella di Alessio Sartori. Ci pensa l’acqua a ricordarti che non sei lui.

E alla fine, quando ritorni al pontile, il tuo allenatore è lì che ti aspetta. Non dice una parola, ma ti sorride, perché sa che finalmente ci sei arrivato anche tu.

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