In nome della barca

Parlo a te, canottiere. Se ti chiedessi: ricordi la tua prima volta? Sapresti rispondere? Eppure, senza il loro sostegno e la loro costante presenza, la tua vita sportiva sarebbe stata un’altra. Anzi, non saresti stato neanche un canottiere.

Foto di Mimmo Perna
Foto di Mimmo Perna

Snelle. Tirate a lucido. Mostrano rotondità, fianchi attraenti. A quelle giovani si deve prestare la massima attenzione anche se è difficile che te la diano, se sei principiante o master. Per questi è più facile uscire con quelle più navigate, di una certa età. In ogni caso, sin dalle primissime esperienze, si deve imparare a trattarle con rispetto.

In nome della barca

Gradiscono movimenti decisi, ma è necessario il controllo. La forza con la sensibilità. Loro si affidano a te. Bisogna saperle ascoltare. Apparentemente dalla scorza dura, guai a urtarle, toccarle nel punto sbagliato! E’ allora che viene fuori tutta la loro fragilità. E pagherete le conseguenze di questa distrazione. In alcuni casi, con il divieto di qualsiasi contatto o del solo avvicinamento. Eccole. Bracci aperti. Alcune carponi, sui comodi letti di tela. Riposano. Tocca a te risvegliarle, darle vita. Inizialmente, si poggiano a te. Sulle tue spalle. Un fermo abbraccio le rende sicure. Dopo la presa di avvio, il volteggio finale è come leggiadro passo di danza. Et voilà! Eccole sul loro talamo naturale, l’acqua, in attesa della tua performance. 

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Sono le barche. Fedeli e inseparabili compagne del canottiere. Con i loro ventri predisposti ad accogliere cuori coraggiosi e anime indomite. Sempre pronte a rispondere alle sollecitazioni esterne del colpo in acqua. A disegnare scie certe, per seguire la direzione dei tuoi sogni. Le barche non ti dimenticano. “Ma chi ha spostato questa pedaliera così avanti?” A memoria d’uscita, rimangono le tue misure.

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E tu, invece? Se ti chiedessi: ricordi la tua prima volta? Come si chiamava? E sì, perché ogni barca ha il suo nome. “Matricola!” risponde prontamente Filippo Squicciarini, classe 1936, timoniere del CUS Bari, dalla fine degli anni ’50. “Acquistata dal Circolo della Vela nel 1946 per 10.000 Lire, provenienti da una raccolta fondi istituita all’interno della festa della matricola, fu anche la prima imbarcazione del centro”. Fagiolo, Colonna, Divino, Divinissimo, Magnifico, Gran Priore… la goliardia diventa fonte di ispirazione per i nomi delle barche successive, fino a che non fu spazzata via dal sessantotto.

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Segue la fase d’influenza delle stelle e costellazioni. “Oreade! La mia prima volta fu con lei” è la risposta di Bepi Altamura. “E poi Orione, Antares, Aldebaran, Perseo, Alcione, Celeno riecheggiano nella mia mente, pronte a risvegliare ricordi ed emozioni”. Sì, perché ogni barca ha la sua identità, la sua storia. Non sono un semplice numero. Ne sa qualcosa l’algoritmo numerico successivamente adottato: prima cifra, per il numero di vogatori (1, 2, 4 e 8), seconda cifra, per l’ordine progressivo. L’arrivo del decimo singolo mandò in crisi la procedura! La barca porta con sé un pezzo di te, della tua storia. Qualche volta, nel nome, il dolore di un addio inaspettato. E poi, le attese per partire. I traguardi da raggiungere, per ripartire. E ancora, la pazienza dei montaggi e degli smontaggi che si alternano nel rituale che precede le gare. E sorprese, quando la natura prende il sopravvento e le ferisce.

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Alcune avvertono il peso di chiamarsi Jole. Barche ideali per affrontare l’irrequietezza del mare nelle città portuali, soffrono il confronto con le più eleganti e sinuose outrigger, viziate dai bacini, schizzinose frequentatrici di acque protette. Quante volte hai imprecato, per quell’otto jole da mettere a mare? Altro che abbraccio avvolgente che riservi a quelle smilze da lago! Più di un quintale e mezzo per quasi 15 metri di lunghezza da trasportare, in spalla, fino al pontile. Poi, il capovolgimento della chiglia di 180 gradi, lo scorrimento a mano, in avanti, dell’imbarcazione sulla superficie dell’acqua, dall’appoggio della prua fino alla prora. Mantenendo fede al suo nome di “città unica”, nel Circolo di Monopoli, i canottieri hanno trovato un modo originale per non farle sentire troppo di peso. Dopo un breve trasporto in spalla, la jole è appoggiata su due parabordi che rotolando accompagnano dolcemente lo scafo in acqua. “Nelle barche va ricercata la leggerezza”, commenta Sebastiano Pugliese, uomo simbolo della Pro Monopoli. E, qualche volta, come cantava Gaber, “bisogna inventarla per prepararsi a volare”.

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1 Comment

  • Ottimo articolo. Ricordo le uscite effettuate al Cus Bari sul 2 con e 4 con per i Campionati Universitari, allenati dall’ ottimo Bepi Altamura. Bravissimo Vito. Ciao.
    Gennaro Ciminelli.

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