Il giorno in cui sono diventato un canottiere non c’ero

Il giorno in cui sono diventato un canottiere non ero presente. L’esatto momento in cui ho smesso di essere semplicemente “uno che rema” non l’ho vissuto. Ne ho un resoconto frettoloso, fatto da chi era lì. Io ne so pochissimo. Perché non c’ero.

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Era una fredda mattina di febbraio. Non il giorno migliore per imparare ad andare su un singolo. E nemmeno per un bagno fuori stagione. Cosa che avvenne puntualmente. E mentre mi trovavo a mollo, in balia delle mie paure, accadde.

Il giorno in cui sono diventato un canottiere

All’improvviso, come se fosse il gesto più naturale del mondo, ho capovolto la barca e sono tornato su, riprendendo a remare. E’ stato un attimo. Tuttavia, non avevo compreso la straodinarietà di quello che mi era appena successo. Perché non c’ero. D’altronde, è una cosa comune essere distratti, sottovalutare gli eventi che ci capitano e le conseguenze. Nel mio caso ne sono serviti tanti altri per aiutarmi a capire che il mio approccio con il canottaggio, e la vita in generale, non era più lo stesso. E quando ho raggiunto la consapevolezza di quello che mi era realmente accaduto quel giorno, c’ero anch’io.

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Il momento in cui sono risalito in barca, il gesto di sollevarmi dall’acqua, credo sia stato un gesto decisivo. Uno spartiacque fondamentale. Potevo lasciarmi andare e invece un bisogno primario mi ha spinto fuori. Mi sono detto, con un solo gesto istintivo: adesso risali. E in qualche modo ho fatto anche capire a me stesso una cosa cruciale per la mia vita: ce la posso fare. Cioè se riesco a rimettere il sedere in barca, se non mollo anche quando mi sento fuori luogo in un posto dove tutti gli altri sembrano saper fare meglio e con più naturalezza quello in cui io, invece, mi sento assolutamente incapace, se resisto, anche quando mi sento l’ultimo al mondo, allora non potrà fermarmi più niente.

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Non so bene cosa sia accaduto in quei pochi istanti. Ma qualcosa dentro di me, nascosta nel profondo, mi ha prestato una forza che non mi era mai appartenuta. E da quel giorno, puntualmente, arriva ogni volta che ne ho bisogno. Perché essere un canottiere è uno stato d’animo. Un modo di stare al mondo. Non basta salire in barca per diventarlo. E’ necessario percorrere un cammino di Santiago interiore, seguendo il proprio ritmo e rispettando i propri tempi. Non è obbligatorio né necessario per praticare come si deve il canottaggio. E’ una scelta.

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E’ quando ti dicono che qualcosa è impossibile. Tu ci provi lo stesso e fallisci. Ma pensi: “domani fallirò meglio”. E’ quando sei stremato e senza più una goccia di sudore in corpo. Ma non ti sei mai sentito più vivo di così. E’ quando ti guardi le mani, distrutte dai remi, e sopra c’è scritta la tua storia. E non hai mai letto niente di più bello. E’ quando tiri di braccia e spingi di gambe a bocca spalancata, con i polmoni che scoppiano e le gambe che bruciano e vorresti mollare tutto. Però continui a tirare di braccia e spingere di gambe e pensi: “col cazzo che mollo”. E non molli. E’ quello il momento esatto in cui diventi un canottiere. Da lì, non torni più indietro.

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