Canottaggio: il giorno di dolore che uno ha

“Vieni a fare canottaggio”, ti dicono. “E’ uno sport meraviglioso”. “Unisciti a noi e scopri una disciplina fatta di potenza, sfida e tanto divertimento, grazie alla quale supererai i tuoi limiti fisici e mentali, conoscerai tante persone e visiterai posti bellissimi”. Tutto vero.

Dolore

Tuttavia, la propaganda del canottaggio è subdola. Fa il suo gioco, naturalmente. Senza mentire, per carità. Si limita solo ad omettere alcuni particolari. Infatti, non ti spiega che tutte le meravigliose promesse fatte dall’arte del remo hanno un denominatore comune: il dolore.

Il giorno di dolore che uno ha

L’intenzione non è nasconderlo, ma farvelo scoprire da soli. Peccato sia lui a fare la differenza. Sempre. E una volta conosciuto nella sua forma più pura, ormai è tardi per tornare indietro. Siete già entrati nel tunnel del divertimento. Ecco perché la prima volta che sono entrato in un circolo di canottaggio venni, vidi e… piansi. Non di gioia. Il canottaggio è uno sport duro e, come in ogni altra disciplina, la cosa più difficile da insegnare è la capacità di soffrire, requisito indispensabile per ottenere buoni risultati. Ma questo lo sanno tutti.

Stanchi

Quello che le persone ignorano è che il dolore opprimente è parte integrante del contratto che il canottiere sottoscrive con questo sport. E non è una quota di iscrizione o una tassa una tantum. E’ un maledetto abbonamento giornaliero. Ecco qual è la prima cosa che un aspirante alfiere del remo deve sapere. Una volta appreso questo concetto, poi, la domanda da porsi non è “quanto mi farà male?”. Siamo già oltre. Il quesito a cui rispondere è “cosa farò e quanto bene lo farò, quando il dolore prenderà possesso di ogni parte del mio corpo?”.

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Nella maratona si dice che lo scoglio più duro sia il “muro” del 30° km. E’ quello il momento dove anche l’atleta più preparato rischia di andare in crisi. Nel canottaggio non è così. I canottieri non si devono misurare con un muro, ma con un abisso di dolore che si spalanca sotto di loro dopo due minuti di gara. L’acido lattico inizia a morderti i muscoli delle gambe, dandoti la sensazione di essere a una seduta di agopuntura tenuta da uno che non ha idea di cosa stia facendo, mentre sembra che i tuoi bicipiti stiano per esplodere da un momento all’altro. E la cosa peggiore è che il dolore non è focalizzato in un punto: è libero e ribelle. Perché nessuno lo può mettere in un angolo.

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Qualcuno ha detto che fare canottaggio è come avere il tubo di un’aspirapolvere bloccato in gola, mentre ti schizzano acido sulle gambe. Questo dolore è lo spartiacque che segna la differenza tra uno che rema e un canottiere. Il primo si ferma, mentre il secondo trova la forza per spingere se stesso attraverso questa sofferenza, anche e soprattutto grazie all’aiuto dei suoi compagni di squadra. Winston Churchill una volta disse: «Se stai passando l’inferno fallo a testa alta e vai avanti». Probabilmente, era un canottiere anche lui.

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