Volevo essere un canottiere, ma non m’hanno preso (sul serio)

Non mi sono mai pentito di aver scelto il canottaggio, anche se questo sport andrebbe denunciato per oltraggio al sudore. Tuttavia, non ho capito subito quali fossero le mie reali esigenze.

tramonto

Quelle le comprendi solo più avanti, quando l’inevitabile confronto con gli altri ti mette con le spalle al muro. Ma ormai ero innamorato pazzo. E lei, naturalmente, era fatta di carbonio e acciaio.

Volevo essere un canottiere

Così, all’inizio dissi: “Sì, voglio essere un canottiere. Gareggiare e vincere!”. Possibilmente entro domani. Perché nello sport, anche se la maggior parte delle persone sostiene che non sia tutto, vincere è la cosa più bella del mondo. Soprattutto per chi, come me, ha trascorso la maggior parte della sua vita sul divano, ma pensava di dare tutto sul finale. Peccato che nel canottaggio le cose siano più complicate di così. 

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Alla parola vincere, un canottiere dà un valore più profondo del semplice “tagliare il traguardo per primo”. Vincere significa lavorare più duro e dare più di chiunque altro. Non solo in barca. Anche Mario Palmisano si è sentito in dovere di chiarirmi le idee: «Finché continuerai a pensare che fare una gara significhi competere per forza con dei professionisti e per di più dover vincere o piazzarsi, non solo non migliorerai mai la tua cultura sportiva, ma resterai sempre un non sportivo che voleva essere un canottiere». 

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Una volta ho letto che sono le nostre scelte a mostrare chi siamo veramente. Molto più delle nostre capacità. E io, con la consapevolezza di chi non è nato imparato e conosce i propri limiti, ho scelto di essere un canottiere. Nonostante il vento contrario. «Sei sicuro?», mi chiede Mario Palmisano. «Non devi credere a chi dice di goderti il viaggio. Perché nel canottaggio il viaggio è fatica, sofferenza e tanti momenti di sconforto. Qui è la meta che conta. E mettiti in testa una cosa: per te non ci sarà nessuna ricompensa».

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Perché mettersi al collo una medaglia è una cosa meravigliosa, ma se non vali qualcosa senza, vincere non ti serve a niente. Un concetto che va ben oltre lo sport e abbraccia la vita. Ma anche se sono destinato a un’inevitabile sconfitta, non posso abbandonare il mio posto e smettere di provarci. Perché quando sono in barca, qualcosa di insondabile mi impone di essere all’altezza del carrello che occupo e di quello che rappresenta. Non solo per me. E questo succede ogni volta. Dalla prima volta. Sempre.

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