Sogno di una notte di mezza estate

Questa mattina ho fatto una tirata in singolo sui mille metri, fermando il cronometro su un fantasmagorico 3′ e 15″. Il mio allenatore, visibilmente compiaciuto, mi ha sorriso e mi ha fatto la V di vittoria, ma con un solo dito. Il medio. Poi, all’improvviso, mi sono svegliato.

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Così, mentre fuori dalla mia finestra la città pian piano si ridestava, riflettevo su quanto appena vissuto. E siccome non è la prima volta che l’arte del remo entra nelle mie visioni oniriche, nella mia mente ha iniziato a farsi strada una domanda di marzulliana concezione: il canottaggio è un sogno o i sogni aiutano a “canottare” meglio?

Sogno di una notte di mezza estate

«Senza dubbio la seconda», mi dice Mario Palmisano. Impossibile dargli torto. Parlando per esperienza personale, in un attimo il canottaggio può trasformarsi in un vero incubo. Il peggiore che abbiate mai avuto, dal quale non basta aprire gli occhi per uscirne. «Sarà segno del destino», prosegue, «ma visto che siamo in argomento, stanotte ho sognato che uscivamo in due senza per fare una gara… Peppe, cazziate a go go!». Non che nella realtà le cose siano poi tanto diverse. D’altronde, i sogni non sono sempre delle metafore. In alcuni casi possono essere anche presagio. E se fossi in Palmisano, un po’ mi preoccuperei. Perché prima o poi un due senza con il sottoscritto gli toccherà.

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Ma per quanto riguarda l’arte del remo, che cosa direbbe Sigmund Freud? Secondo il padre della psicanalisi, ogni sogno è un desiderio nascosto. Tuttavia, il suo allievo Jung ha dimostrato che la maggior parte delle volte, invece, non è così. E le nostre visioni possono essere una rilettura di un episodio o di un evento della nostra vita. Prendendo un po’ dall’uno e un po’ dall’altro, in effetti, possiamo sintetizzare che il canottaggio sia perfettamente al centro. Sulla sottile linea di confine che esiste tra la realtà e la fantasia. Tra il sogno e il bisogno.

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Resta il fatto che se la notte sogno, sogno di essere un canottiere. L’ultima volta mi trovavo al centro Federale di Piediluco, punto nevralgico del canottaggio italiano, in raduno con il resto della Nazionale. Alla fine dell’allenamento, Agostino Abbagnale (tre ori Olimpici, due titoli mondiali e vincitore della medaglia Thomas Keller, la più alta onorificenza in questo sport) mi viene incontro. Dopo avermi osservato attentamente, mi dice: «Peppe, il tuo problema con il canottaggio è che tra la punta e la coppia, tu preferisci la pizza». Insomma, so(g)no fatto della stessa sostanza di cui è fatto Romano Battisti. Cambiano solo le dosi.

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