Si fa presto a dire doping. Ovvero, caro Niccolò Mornati vuoi prima la notizia buona o quella cattiva?

La buona notizia è che Niccolò Mornati è stato ASSOLTO“perché il fatto non costituisce reato”. L’azzurro era risultato positivo a un controllo antidoping (al quale avrebbe potuto sottrarsi senza alcuna conseguenza è bene ricordarlo) il 6 aprile del 2016 a Piediluco e in seguito al quale aveva dovuto rinunciare alle olimpiadi di Rio de Janeiro dove si era già qualificato per il due senza insieme al suo compagno Vincenzo Maria Capelli.

Niccolò Mornati (a sinistra) e Vincenzo Maria Capelli (a destra). Foto di Mimmo Perna
Niccolò Mornati (a sinistra) e Vincenzo Maria Capelli (a destra). Foto di Mimmo Perna

La cattiva notizia è che siano serviti due anni e mezzo al tribunale di Terni per arrivare a questa conclusione. Abbastanza scontata, aggiungerei. Ma non facciamo sempre quelli che si lamentano per tutto. D’altronde, la Legge italiana (per favore non chiamiamola Giustizia) ha i suoi tempi e noi non possiamo farci assolutamente nulla.

Caro Niccolò ti scrivo

La buona notizia è che possiamo scrivere la parola FINE su questo assurdo caso. La cattiva notizia è che difficilmente si può voltare pagina, se non hai capito quello che hai letto prima. E in questa vicenda, i cui contorni sono apparsi subito “strani”, le domande sono destinate a rimanere sempre più numerose delle risposte. E resteranno tutte inevase. Per le modalità in cui questa positività si è presentata, perché quel fatidico 6 aprile il controllo è arrivato fuori dalla finestra oraria fornita da Niccolò, che avrebbe potuto (lo sottolineo ancora una volta) non presentarsi e non ricevere un warning e che invece DECIDE ugualmente di sottoporsi all’esame.

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Per la quantità irrilevante della sostanza trovata (l’anastrozolo, un farmaco usato nella cura dei tumori al seno, vietato perché può anche bilanciare gli effetti collaterali negativi dell’assunzione di anabolizzanti. Anabolizzanti di cui non viene mai trovata traccia), ma soprattutto per la sua totale inutilità ai fini sportivi, considerando che la barca era già qualificata per le Olimpiadi e che all’interno di uno sport di squadra, dove le individualità vengono meno, non ha alcun senso “dopare” un solo atleta e non tutto l’equipaggio. Ma soprattutto perché è lo stesso Mornati, tornato ad allenarsi nel gennaio 2015, ad aver chiesto alla Federazione di essere reinserito nei protocolli whereabouts per la reperibilità dei controlli antidoping.

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La buona notizia è che siamo stati in tanti a schierarci al fianco di Niccolò fin dal primo momento. Perché conoscevamo la sua storia. Perché abbiamo fatto il tifo per lui in quella disgraziata Olimpiade del 2012. Perché ci siamo commossi leggendo la sua lettera d’addio al canottaggio. Perché abbiamo gioito per il suo ritorno. Perché eravamo in barca con lui quando ha qualificato con Vincenzo (che esce da questa storia altrettanto danneggiato) il due senza per Rio. Perché abbiamo continuato a essere al suo fianco a prescindere da quale sarebbe stato il finale di questa storia. Perché se c’è una cosa che questo sport ci ha insegnato, a qualunque livello, è che noi non lasciamo indietro nessuno. Nessuno.

Lorenzo Carboncini (a sinistra) e Niccolò Mornati a Londra 2012
Lorenzo Carboncini (a sinistra) e Niccolò Mornati a Londra 2012

La cattiva notizia è che qualcosa non quadrasse nella vicenda lo aveva capito anche il tribunale nazionale antidoping, che in secondo grado aveva stabilito la NON volontarietà dell’assunzione, diminuendo la sanzione da quattro a due anni. Un brodino caldo, tanto per sistemare la coscienza di qualcuno. Ma ormai il danno era fatto. E non stiamo parlando solo di un’Olimpiade persa. Parliamo, come ha giustamente sottolineato Francesca, la compagna di Niccolò, di due anni di serenità negata e dignità calpestata che nessuno sarà in grado di restituirgli. Di 24 mesi di angoscia, di pianti, di notti insonni. Di rabbia senza fine per un’ingiustizia per cui solo Niccolò e la sua famiglia stanno pagando.

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Provo sollievo perché sono state riconosciute la mia buona fede e la mia lealtà. Ho sempre avuto alti valori di correttezza sportiva, con questa sentenza voglio mettere la parola fine a questa triste storia“. Queste le parole di Niccolò alla Gazzetta dello sport. La buona notizia è che il tempo è una medicina. E non ha nessuna controindicazione, nemmeno secondo le rigide regole dell’antidoping. La cattiva notizia è che funziona solo per i dolori piccoli. Per le ferite come questa, purtroppo, non esiste cura. Il tempo è un anestetico, rende solo il male sopportabile. Ed è proprio da qui Niccolò e la sua famiglia sono già ripartiti, da dove ha fatto più male. Perché dietro ogni angolo, nel quale spesso la vita ci costringe, c’è sempre una svolta. Quindi Beat It, Niccolò. Beat It.

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1 Comment

  • Sono felice che Niccolò sia stato finalmente scagionato.conosco Niccolò da quando era bambino e sono stata sempre convinta della sua innocenza.

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