Giuliano Spingardi: il “mio” canottaggio

Qualche giorno fa il Presidente dell’ANAC (Associazione Nazionale Allenatori di Canottaggio) Maurizio Ustolin mi ha invitato a scrivere un articolo sul mio canottaggio. Una richiesta a prima vista semplice. Ma poi, dopo attenta riflessione, mi sono reso conto che così semplice non era.

Giuliano Spingardi
Giuliano Spingardi

Ho capito, infatti, che non intendeva un “approccio” tecnico (troppo facile), ma un momento di riflessione su “cosa” il canottaggio ha rappresentato per me, cosa “mi ha dato”. Descriverlo sotto questo punto di vista non è semplice, poiché il canottaggio per me non è un “ricordo di vita”, ma è stato ed è “la mia vita” e descriverne solo alcuni aspetti è certamente riduttivo.

Il “mio” canottaggio

Ho iniziato a remare nel 1963, a diciassette anni, convinto dal mio compagno di scuola Gianpiero Galeazzi, a tentare questa nuova avventura, lasciando la pallacanestro e l’atletica leggera che praticavo più per divertimento che per passione. Il “mio” sport s’inseriva dunque prepotentemente in un sistema di vita già impostato, direi da adulto, era qualcosa “in più”, ma che nel tempo è diventato “tutto”. E’ diventato anche la mia vita professionale, ma questa è un’altra storia. Noi “soci atleti” entravamo al circolo da un cancelletto laterale, quello dei servizi. A noi non era consentito entrare dall’ingresso principale e il nostro percorso era unicamente “cancelletto, scalette, spogliatoio, galleggiante”, dove c’erano sempre ad aspettarci Enzo, il custode-carpentiere e Trim, il cane che viveva sul pontone e che ci aveva adottati.

Giuliano Spingardi e Gianpiero Galeazzi
Giuliano Spingardi e Gianpiero Galeazzi

Questo particolare, penso oggi, ha fatto si che il mio rapporto con il canottaggio, a quel tempo, è stato più con “le persone”, il galleggiante, gli amici, le barche che non con la “struttura” e ha contribuito a creare quei legami personali che durano ancora oggi dopo più di 55 anni. Il nostro appuntamento era infatti al “galleggiante”, non al “circolo”, e questo credo abbia un significato più forte, ha rappresentato un rapporto diretto tra noi canottieri, il fiume, le barche. Di quegli anni ho ricordi indelebili, di ogni chilometro percorso, di ogni palata, di ogni personaggio (che Gianpiero Galeazzi ha descritto nei suoi libri meglio di quello che potrei fare io) incontrato, con i suoi riti, le sue superstizioni, le sue battute.

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Come descrivere i racconti di Ghiardello, il suo “spiarci” durante gli allenamenti nascosto dietro un giornale con due buchi per gli occhi, o dietro un cespuglio che si muoveva. Sì, proprio così. Quel cespuglio era il nostro punto di riferimento che avevamo preso per l’arrivo dei 500 metri e ogni volta lo vedevamo in una posizione diversa… poi abbiamo capito, c’era lui dietro che si spostava nascosto dalle fronde… e dopo ci dava consigli pure essendo allenatore di un altro circolo. Grandi personaggi: Capo Bovo, Malgari, Stefanoni, Trivini (con cui ho avuto il privilegio di remare), Santoni, Elio Morille, solo per parlare di alcuni “miti” che ho avuto il piacere di conoscere e avere per amici. Il “mio” canottaggio mi ha dato l’impressione di fermare il tempo, azzerando le differenze d’età tra generazioni di canottieri e mi consente, ancora oggi, di “salire” in barca con loro, con i campioni o i giovani che remano e, solo guardandoli, di provare le loro stesse sensazioni, lo stesso slancio, la stessa composta scioltezza di un “colpo ben fatto”, di sentire il “vento nelle tue braccia”, uno slogan di quel tempo.

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Sentire anche la pesantezza di un colpo sbagliato, della “zappata” in acqua, come spesso dicevamo per evidenziare un errore. Mi piace ricordare uno scritto dell’amico Giuseppe Lamanna: “Il canottaggio è molto di più di uno sport, è uno stato mentale. Puoi essere a km di distanza dall’acqua e allo stesso tempo sentirtelo dentro”. Sì, è così. Ecco, il mio canottaggio era soprattutto musica, ritmo, scioltezza… musica! Può sembrare strano, ma ancora oggi è quello che sento, che provo guardando gli altri che remano. Cito sempre Lamanna: “la barca è come un mulo. Se la spingi troppo, scalcia”. Come dimenticare il maestro Culot, che durante gli allenamenti collegiali della nazionale ci ripeteva spesso: “plane en l’air”, come dire “scivola nell’aria”, ce lo ripeteva ad ogni palata durante la ripresa del colpo in acqua… scivola nell’aria, la pala deve essere come l’ala di un uccello, plane en l’air, plane en l’air! Noi capivamo, nella fatica, “plen air, plen air”, ma andava bene lo stesso, sapevamo il vero significato di quelle parole. Un ritmo dettato anche dalla voce che ti entrava nel cervello, nel cuore, nei muscoli e non ti lasciava mai e tu trasmettevi alla barca, cosa viva che vibrava con te! Che magnifiche sensazioni! Ritmo, musica… e Rino Galeazzi? Il nostro allenatore che prima della forza e della resistenza da allenare ci ricordava sempre, qualche volta urlando: “il remo non è un bastone, è l’archetto di un violino, impugnatelo con delicatezza, il violino è la barca, suonatela bene”.

Da sinistra: l'allora segretario generale della Federazione Enrico Chiaperotti, Rino Galeazzi, Giuliano Spingardi e Gianpiero Galeazzi
Da sinistra: l’allora segretario generale della Federazione Enrico Chiaperotti, Rino Galeazzi, Giuliano Spingardi e Gianpiero Galeazzi

Ancora musica, ritmo.  Negli allenamenti, dopo le battute e gli scherzi di rito sul pontone, subentrava, sempre una grande determinazione, la concentrazione totale sulla barca, sul colpo, sul ritmo, non c’era tempo per osservare il panorama, ma solo per ascoltare il nostro corpo, lo scorrere della barca, il suo del violino. Durante gli allenamenti il nostro rapporto col mondo era vincolato dalla barca, dal suo “scivolare” e non “saltare” e anche il fiume o il lago divenivano un elemento di coesione, un tutto con noi che remavamo. Ogni cosa era complementare per la ricerca del “colpo perfetto”. Il mio canottaggio è stato ed è ancora la mia vita, ha costruito amicizie per sempre anche con alcuni che purtroppo non ci sono più.

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Mi sento spesso, nonostante la lontananza, con Maurizio Micozzi, con Galeazzi, Giampaolo Tailli, Nino Biasi… tutti amici con cui ho remato, con alcuni miei allievi, in primis Claudio Lucisano e Stefano Marini e anche con “avversari” come l’amico Fabio Cantoni. Sì, amici di una vita. Incontrare “il compagno di barca” per me e ogni volta, non è mai stato un semplice incontro tra persone, ma la fusione di due spiriti, di due emozioni, due sensazioni da vivere nello stesso momento e con la stessa intensità e che, attraverso la fatica, il sudore, talvolta lo sfinimento, hanno creato “l’incontro”, il magico momento in cui non è necessario dire nulla per dire tutto, come nella vita. Ogni persona che ho incontrato, ogni allenatore, atleta, avversario, ogni stretta di mano o abbraccio ha lasciato un segno, che ha contribuito a fare di me l’uomo che oggi sono e il canottaggio, il “mio” canottaggio, è stato fondamentale in questo percorso di vita. Dovessi rinascere, lo rifarei.

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